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Itinerari tra Rocche e Castelli del Riminese dal Medioevo al Rinascimento

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Itinerari tra Rocche e Castelli del Riminese dal Medioevo al Rinascimento

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1. Quali sono le caratteristiche del territorio della provincia di
Rimini?
L’attuale territorio della provincia di Rimini comprende località
che storicamente sono sempre appartenute alla Signoria dei Malatesti
(o Malatesta) e altre che invece sono state contese o occupate dai Montefeltro,
alla guida del ducato di Urbino. Numerosi corsi d’acqua di carattere
torrentizio, con i loro letti larghi e ghiaiosi, contribuiscono a rendere vario
questo territorio ricco di rilievi alle spalle della Riviera di Rimini. Due di
questi sono importanti: il Marecchia, che ha le sue sorgenti in Toscana,
all’Alpe della Luna, vicino a quelle del Tevere; e il Conca, che nasce nel
Montefeltro, sulle pendici del monte Carpegna. Le valli e le conoidi di
questi due fiumi, separati e anzi divaricati dal Monte Titano (San Marino),
formano il territorio riminese che da una parte sfuma lentamente nella Val
Padana e dall’altra s’incunea fra l’Adriatico e l’Appennino, a contatto con
le Marche e la Toscana, comprendendo anche parte del Montefeltro. È un
territorio dai confini incerti, a volte indefinibili; ci si riferisce a quelli che
riguardano la storia, la cultura e la mentalità, non a quelli amministrativi,
che comunque nel 2009 sono stati modificati con l’annessione dei comuni
dell’Alta Valmarecchia: Casteldelci, Maiolo, Novafeltria, Pennabilli, San
Leo, Sant’Agata Feltria, Talamello. Chi si inoltra nella pianura lungo la via
Emilia o la via Romea non incontra certo tracce di confini naturali; e chi si
inoltra nella dolce valle del Conca faticherà ad avvertire il passaggio nel
Montefeltro marchigiano.

2. Perché tante torri, rocche e castelli?

La ricchezza di torri, rocche e castelli che ancor oggi caratterizza
le valli del Marecchia e del Conca è dovuta alle contese dell’alto e
del basso Medioevo tra le famiglie vicine e rivali dei Malatesti e dei Montefeltro,
che costrinsero a fortificare tutti i villaggi e tutti i punti strategici,
tanto quelli del fondovalle (mulini, guadi, ponti) quanto quelli d’altura. Già
nell’VIII secolo la zona veniva definita come “regione o provincia dei castelli”.
Costruite con la pietra locale, le fortificazioni si innestano al terreno
scosceso come gemmazioni spontanee, ma senza alcun mimetismo: anzi
ostentando il loro carattere di artificio minaccioso e spesso vantando una
forza che non hanno. Animano un paesaggio che è molto vario e a volte
estremamente pittoresco per il suo aspetto selvaggio, per l’alternanza dei
crinali – che fanno da quinta ad aspre zone calanchive e a dolci pendii
ricchi di vegetazione e di boschi – e soprattutto per la presenza di isolati

massi calcarei, spesso di grandissime dimensioni, affioranti da argille
scagliose: è il caso del Monte Titano, ma anche di Sasso Simone e del
Simoncello, o, più vicino, della bellissima rupe di San Leo.

3. Chi erano i Malatesta (o Malatesti)?

Verso la fine del Medioevo la signoria malatestiana è
stata, insieme a quella viscontea e scaligera, una delle maggiori della penisola,
con addentellati e parentele presso le principali corti italiane e
straniere, e con ambizioni di mecenatismo che l’hanno fatta gareggiare
con quelle degli Este e dei Gonzaga, dei Medici e dei Montefeltro.

4. Dove hanno esercitato la loro signoria?

I loro domini, per circa tre secoli, sono stati prevalentemente
in Romagna, anche se non è difficile incontrare testimonianze malatestiane
in Lombardia e nel Veneto, in Emilia e nelle Marche. La signoria
dei Malatesta, sorta all’interno dei domini pontifici, è stata quindi spesso
in contrasto con gli interessi politici ed economici del papato.

5. Qual è l’origine del loro nome?

È probabile che Malatesta sia stato in origine un semplice
“soprannome” che qualificava – certo non benevolmente – qualche personaggio
particolarmente ostinato o cattivo; divenne poi un nome proprio, e
così ricorrente da essere attribuito all’insieme della famiglia (al singolare
o al plurale “i Malatesti”): in maniera abbastanza appropriata in verità,
perché nelle vicende malatestiane gli episodi di crudeltà (una crudeltà
spesso efferata e lucidamente pianificata) sono frequenti e rivolti contro
tutti coloro – anche parenti stretti e dei rami collaterali – che potevano insidiare
(o che realmente insidiavano) il potere del gruppo egemone.

6. Quando e dove ebbe origine la famiglia?

I primi documenti che citano i Malatesti non sono più antichi del XII secolo,

riguardano possessi terrieri nella Romagna meridionale
e recano tracce di una conflittualità aperta con il Comune di
Rimini. Quella malatestiana in origine doveva essere una famiglia di
grandi proprietari terrieri e di predoni che dominava la media valle del
Marecchia e controllava le strade che da Rimini conducevano verso
l’entroterra, facendo perno sul possesso di due località ben munite: Pennabilli
e Verucchio, che ancor oggi si contendono il vanto di avere dato
origine alla famiglia. Ma all’inizio forse fu determinante un’antica parentela
con la famiglia feudale più illustre e potente della zona, quella dei Carpegna
dai quali sembrano discendere quasi tutte le famiglie importanti delle
montagne feretrane e romagnole.

7. Quando e come diventarono i signori di Rimini?

Dal secondo decennio del Duecento i Malatesti compaiono
come personaggi eminenti della città, la rappresentano negli atti ufficiali
e garantiscono per essa, ne assecondano la politica “ghibellina”, cioè filo
imperiale. Dal 1239 al 1247 Malatesta dalla Penna, che nel 1228 era
stato podestà di Pistoia, è addirittura podestà di Rimini. La via all’esercizio
del potere assoluto sulla città è aperta. Nel giro di pochi decenni i Malatesti
si impossessano di tutte le cariche civili e religiose ed esautorano
a poco a poco gli organi cittadini senza abolirli, combattendo, cacciando
e uccidendo chiunque minacci la loro supremazia. Dal 1355 alla fine del
Quattrocento i Malatesti ressero la Signoria di Rimini con la carica di
vicari della Santa Sede.

8. Quali furono i rapporti con i vicini Montefeltro?

I Malatesti riuscirono ad allargare il loro dominio nelle Marche
fino ad Ascoli Piceno, in Toscana fino a Borgo San Sepolcro, in Romagna
fino a Cesena, ma non riuscirono mai a disfarsi dei loro più potenti
e astuti vicini: i Montefeltro, che probabilmente come loro avevano avuto
origine ritagliandosi dei possedimenti nei domini comitali dei Carpegna.
La lotta fra Malatesti e Montefeltro assunse una particolare asprezza nei
decenni centrali del Quattrocento, quando a capo delle due famiglie rivali

si trovarono Sigismondo e Federico, e soprattutto quando quest’ultimo
riuscì a far acquistare al genero Alessandro Sforza la città di Pesaro con
il suo territorio (1445), fino a quel momento malatestiani (di un cugino di
Sigismondo, l’inetto Galeazzo Malatesta). Questo acquisto, mentre permetteva
un libero sbocco sul mare al territorio urbinate, divideva in due
tronconi il dominio di Sigismondo, che allora si estendeva nelle Marche
fino a Fano, a Senigallia e a Fossombrone.

9. Chi era Sigismondo Pandolfo Malatesta?

Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468), figlio di
Pandolfo III Malatesta e dell’amante Antonia da Barignano, fu signore di
Rimini e Fano dal 1432, mentre suo fratello Domenico Malatesta lo fu di
Cesena. Per la signoria dei Malatesta fu il momento di massimo splendore.
Si sposò tre volte: la prima moglie fu Ginevra d’Este, la seconda
Polissena Sforza. Ed infine riuscì a sposare nel 1456 l’amante Isotta
degli Atti, animatrice di una corte raffinatissima.
Sigismondo si conquistò ben presto la fama di abile ed
audace condottiero militare. Fu più volte assoldato dai Papi, dei quali
era vicario, comandò le truppe veneziane nella campagna contro la
Repubblica Ambrosiana e contro Francesco Sforza, nonché quella del
1465 contro l’Impero Ottomano. Aiutò anche i fiorentini nella resistenza
all’invasione di Alfonso V d’Aragona. Ebbe pessimi rapporti con il vicino
Federico da Montefeltro, duca di Urbino: fra i due il linguaggio delle armi
precedeva e seguiva quello degli insulti reciproci. Fu anche generoso
mecenate. A lui si deve la creazione di uno dei monumenti simbolo della
città di Rimini e dell’intero Rinascimento: il Tempio Malatestiano di Leon
Battista Alberti.
Entrò in collisione con Papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini.
La rottura completa si ebbe con la presa di alcuni castelli che il
Papa avrebbe voluto fossero ceduti al suo eterno rivale Federico da Montefeltro.
I contrasti lo portarono ad affrontare l’esercito papale, guidato
da Federico da Montefeltro e a soccombere. Da quel momento dovette
assistere allo smembramento dei suoi territori, che cadevano sotto i colpi
dell’esercito della Chiesa guidato dal suo nemico.

Morì all’età di 51 anni. Il suo corpo venne sepolto nella tomba
del Tempio Malatestiano, incompiuto, come il suo progetto di ingrandimento
dello Stato.

10. Chi era Federico da Montefeltro?

Federico da Montefeltro, nato a Gubbio nel 1422, è probabilmente
il figlio di Guidantonio, signore di Urbino e di una dama di
compagnia. Secondo alcuni studiosi potrebbe essere figlio di Bernardino
degli Ubaldini. Fatto è che fu legittimato da Guidantonio e, alla morte del
fratellastro Oddantonio, nel 1444 divenne l’erede del ducato.
Educato alla corte di Mantova da Vittorino da Feltre, Federico
diventò il più abile e valoroso uomo d’armi della penisola. È l’esponente
della famiglia Montefeltro più conosciuto e ricordato per le sue doti
politiche ed artistiche. Letterato e generoso mecenate, sotto la sua guida
Urbino divenne un centro per le arti di fama internazionale.
Per consolidare l’influenza politica del suo ducato strinse legami
di alleanza con la famiglia Sforza di Milano; per raggiungere questo
scopo contrasse anche un matrimonio d’interesse con la giovane Battista
Sforza, nipote del Duca di Milano. Questa politica spregiudicata gli
costò una scomunica da parte di Niccolò V (che gli fu revocata nel 1450)
e l’inimicizia di Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Federico da Montefeltro ebbe però l’intelligenza e l’astuzia
di allearsi con gli aragonesi e di accordarsi con la politica dello Stato
Pontificio, scelta che gli procurò evidenti vantaggi economici e politici.
Egli combattè per Pio II Piccolomini, entrando in conflitto diretto con i
Malatesti, al fine di conquistare dei territori nelle Marche (un sanguinoso
assedio avvenne presso il Castello di Gradara, nel 1463).

11. La sfida tra l’Aquila e l’Elefante

Per oltre un ventennio Federico da Montefeltro (con
l’aquila nello stemma) e Sigismondo Malatesta (l’elefante) furono
acerrimi nemici, spesso al soldo di potenze avversarie. I cronisti e i documenti
dell’epoca non solo narrano le gesta militari: i due condottieri si

isultano, si sfidano, ordiscono inganni l’uno contro l’altro, fanno di tutto per
screditare l’avversario. Si può a ragione affermare che l’uno deve all’altro
la propria grandezza. Rappresentano due risvolti dello stesso clima politico
e militare dell’epoca. Sono due figure parallele, anche se ciascuno di
essi presenta un profilo umano e psicologico diverso. Sigismondo appare
più impulsivo, irruente, meno diplomatico, abilissimo con le armi ma meno
capace di tessere rapporti utili al mantenimento del potere. Seppe suscitare
contro di sé enormi inimicizie: basti pensare al processo intentatogli
da Pio II e conclusosi con il rogo in effigie su due piazze romane.
Federico, che non fu meno crudele (pare porti la sua firma
l’assassinio del fratellastro), mostrò invece una grande abilità diplomatica
che lo mise al riparo da situazioni ambigue e pericolose. Prudenza ed equilibrio
furono le doti che gli permisero di mantenere e consolidare il potere.
Fu facilitato anche dagli errori di Sigismondo: rompendo i
patti stipulati con il papa e invadendo i territori tornati ai Montefeltro, il
signore di Rimini firmò la propria condanna alla sconfitta.

12. Come finì la Signoria dei Malatesti?

Dopo la morte di Sigismondo, suo figlio Roberto detto
il Magnifico, uomo prepotente e crudele, era riuscito in breve tempo
a sbarazzarsi dei fratelli e di Isotta (la moglie di Sigismondo), e a governare
da solo su Rimini, a cui aveva recuperato una parte di territorio
anche grazie al matrimonio con Elisabetta, figlia di Federico da Montefeltro
(1475). Fu un grande generale, e morì prematuramente nel 1482,
mentre combatteva al servizio del Papa, che gli fece erigere un grande
monumento in San Pietro a Roma.
Nel 1498 i notabili riminesi ordirono una congiura contro
Pandolfo IV, figlio di Roberto; fallì, ed ebbe un seguito di vendette feroci
da parte del giovane e odiato signore, che poco dopo fu costretto
ad abbandonare la città per l’incalzare di Cesare Borgia, detto il Valentino.
Ritornò nel 1503, ma solo per vendere la signoria ai Veneziani
che nel 1509 la dovettero restituire alla Chiesa. Pandolfo tentò ancora,
inutilmente, fino al 1528 di ritornare signore di Rimini nonostante l’ostilità
dei riminesi.

CAPITOLO I RIMINI,
LO SPLENDORE DI UNA CAPITALE

La più splendida delle capitali malatestiane, e quella che
come tale ebbe più lunga vita, è stata Rimini: la vicenda malatestiana,
per la parte maggiore e migliore, si è aperta e chiusa in questa città. Ma a
Rimini i segni del dominio malatestiano ora non sono più molto evidenti.
Prima di tutto vanno ricercati nelle mura urbiche medievali, fatte e rifatte
e restaurate, e poi abbassate e infine private dei loro fossati e parzialmente
distrutte. Le parti meglio conservate delle mura medievali sono
a meridione e a oriente del centro storico; si potranno vedere dalla via
di Circonvallazione e dal parco Cervi; sono interrotte all’altezza dell’Arco
d’Augusto, antica porta orientale della città, trasformata e abbellita nel 27
a. C. per onorare l’imperatore Augusto. La via Flaminia, proveniente
da Roma, si conclude qui.
Di là dal porto, e quindi dal fiume, che si attraversa sul ponte
di Tiberio (uno dei ponti più grandiosi e meglio conservati della romanità:
14-21 d. C.), si trova il borgo San Giuliano, la cui conformazione urbanistica
mantiene caratteri medievali; è dominato dalla importante chiesa
di San Giuliano, già abbazia benedettina dedicata a San Pietro, rifatta
nel XVI secolo (all’altar maggiore ha uno degli ultimi capolavori di Paolo
Veronese, raffigurante Il martirio di San Giuliano, del 1587). Una traccia
indiretta, ma consistente, della presenza e dell’azione dei Malatesti era
costituita dai numerosi conventi e chiese degli ordini religiosi: gli Eremitani,
i Francescani, i Domenicani, gli Umiliati, i Serviti si erano introdotti
in città durante il Duecento e il Trecento con l’aiuto dei Malatesti e sotto
la loro protezione, e conservavano qualche segno della loro munificenza.
L’unica chiesa riminese sopravvissuta con consistenti strutture medievali
è quella di San Giovanni Evangelista, già degli Eremitani di Sant’Agostino
(e per questo comunemente chiamata Sant’Agostino), caratterizzata da un
alto campanile gotico.
Nell’abside e nella cappella del campanile si possono ancora
ammirare affreschi del primo Trecento dipinti da sconosciuti pittori riminesi
(probabilmente i fratelli Zangolo, Giovanni e Giuliano da Rimini):
raffigurano Cristo e la Vergine in Maestà, e inoltre le storie di San
Giovanni Evangelista e della Vergine. Vi si conserva anche uno splendido
Crocifisso dipinto su tavola, mentre un grande Giudizio Universale, in origine
affrescato sull’arco trionfale, è custodito nel Museo della Città, insieme
ad altre opere dello stesso periodo. Nella prima metà del Trecento a
Rimini si è sviluppata una “scuola” pittorica caratterizzata da un precoce
apprezzamento per l’arte giottesca. La sua originalità consiste nell’uso di
un colore tenero, dolcissimo, di tradizione bizantina, che si accorda con
il gusto per una narrazione incline al lirismo: ma la sua produzione non è

priva di acute osservazioni naturalistiche e non è aliena da stravaganze
iconografiche che dimostrano la disinvoltura con cui questi artisti affrontavano
i soggetti della tradizione e la libertà mentale con cui accettavano
le innovazioni giottesche. La “scuola riminese” è stata molto attiva nella
prima metà del Trecento in tutta la Romagna, nelle Marche, in Emilia
e nel Veneto, e in genere nei territori in cui erano presenti i Malatesti.
A questa famiglia si è tentati di attribuire la commissione a
Giotto, alla fine del Duecento o nei primissimi anni del Trecento, della
decorazione pittorica della chiesa dei Francescani riminesi (dedicata naturalmente
a San Francesco; viene detta Tempio Malatestiano e dall’inizio
del XIX secolo è la cattedrale della città), di cui è superstite solo un grande,
umanissimo Crocifisso. Riferire l’attività riminese di Giotto alla diretta
committenza malatestiana può sembrare azzardato; ma forse non tanto,
se si pensa che l’ambito in cui si muoveva il pittore toscano era proprio
quello delle grandi corti e delle grandi famiglie guelfe legate alla curia romana,
agli Angioini e ai Francescani, proprio come i Malatesti. A Rimini i
Malatesti avevano operato molti acquisti immobiliari, e fra il Duecento e
il Trecento avevano ampliato le case loro offerte dal Comune, poste in una
posizione strategica, vicino alla cattedrale e alla porta “del gattolo”, che
dava verso l’entroterra e verso i loro possedimenti storici nella valle del
Marecchia. Quasi tutte le grandi architetture che risalivano ai primi anni
della presenza e della dominazione malatestiana a Rimini sono sparite o
sono state radicalmente trasformate.
Anche l’antica cattedrale, Santa Colomba, è stata distrutta
(sopravvive appena una porzione trecentesca dell’enorme sagrestia-campanile,
in piazza Malatesta). Oltre alla già ricordata chiesa degli Agostiniani,
molto trasformata, si dovrà ricordare di questo periodo il complesso
dei Palazzi Comunali: quello dell’Arengo, dalle grandi polifore e dai begli
archi precocemente gotici, è del 1204; quello del Podestà è trecentesco,
ma è stato sostanzialmente restaurato e rimaneggiato all’inizio del XX secolo.
Fra il palazzo malatestiano, la cattedrale, i palazzi comunali si svolgeva
gran parte della vita pubblica, civile e religiosa della città. In questa
zona, vero centro direzionale cittadino, avevano la loro sede anche le attività
economiche: i banchi notarili e quelli degli ebrei e il mercato, che si
svolgeva attorno all’unica antica fontana, posta di fronte all’Arengo.

Un “itinerario malatestiano” a Rimini può iniziare proprio da
questa antica piazza del Comune o della fontana (ora piazza Cavour),
prossima tanto ai resti della primitiva Cattedrale che alla residenza principale
dei Malatesti (Castel Sismondo) e alla chiesa di Sant’Agostino.
Attraverso il corso d’Augusto si raggiunge facilmente la piazza Tre Martiri,
antico forum della Rimini romana e, piegando verso il mare, si incontra il
Tempio Malatestiano.
Della Rimini malatestiana possediamo uno straordinario “ritratto”
della metà del Quattrocento: si tratta di un bassorilievo scolpito con
la raffinatezza che gli è consueta da Agostino di Duccio in una formella
del Tempio Malatestiano: raffigura il Cancro, segno zodiacale della città e
del suo signore, Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Castel Sismondo, una città per la corte
Della grande casa malatestiana costruita nel Duecento vicino
alla porta “del gattolo”, non rimangono che poche e incerte tracce
inglobate nel castello, fatto costruire nel Quattrocento da Sigismondo
Pandolfo Malatesta, di cui è superstite il solo nucleo centrale. Le sue
attuali condizioni sono dovute, più che alle modifiche subite nel XVII secolo
(quando si cercò di adattarlo a moderna fortezza) e ai bombardamenti
dell’ultima guerra, alle disastrose demolizioni del XIX secolo, che portarono
alla distruzione di alcune sue parti, soprattutto della cinta e dei baluardi
esterni, e alla chiusura dei fossati. Negli ultimi anni del Novecento il
castello è stato sottoposto ad un importante restauro: ora ospita mostre
d’arte di notevole pregio ed eventi.
Sigismondo ne iniziò la costruzione il 20 marzo del 1437,
penultimo mercoledì di quaresima, alle ore 18 e 48: giorno, ora e minuto
probabilmente erano stati fissati con cura dagli astrologi di corte. E ne
proclamò ufficialmente la conclusione nel 1446, un anno per lui particolarmente
fortunato: ma in realtà vi si lavorava ancora nel 1454, e può darsi
che non sia mai stato finito secondo il progetto originario, che prevedeva
l’edificio dominato da un grande cassero.
La signoria malatestiana godeva di una notevole prosperità
economica in quel 1437, e Sigismondo, appena ventenne ma già da tre

anni Gonfaloniere della Chiesa, di una grande celebrità personale come
condottiero (la qual cosa comportava lauti stipendi). Il castello fu concepito
come palazzo e fortezza insieme, come degna sede per la corte e
per la guarnigione e come segno di potere e di supremazia sulla città. Per
costruirlo e per creargli attorno una fascia di rispetto necessaria alla sua
funzionalità fu atterrato tutto un quartiere fittamente costruito, comprendente
palazzi e case, ma anche il Vescovado, un convento di monache e il
battistero della vicina Cattedrale. Come architetto dell’opera fu celebrato
dagli scrittori di corte lo stesso Sigismondo, che infatti se ne attribuisce
la paternità nelle grandi epigrafi marmoree murate nell’edificio. Se per
architetto intendiamo l’ispiratore, l’ideatore, il coordinatore, cioè un committente
con esigenze e idee ben precise, allora possiamo accettare questa
“attribuzione”: sono note infatti la spiccata attitudine di Sigismondo
per le arti belliche e la sua esperienza di condottiero. Comunque egli avrà
dovuto servirsi dell’opera di diversi professionisti e specialisti; abbiamo
notizia di una importante consulenza, eseguita a lavori da poco iniziati, di
Filippo Brunelleschi, che nel 1438 fu a Rimini per un paio di mesi e
compì tutta una serie di sopralluoghi alle principali fortezze malatestiane
in Romagna e nelle Marche.
Ancor oggi, per quanto ridotta, la costruzione conserva un
notevole fascino con le sue grosse torri quadrate e le poderose muraglie a
scarpa, il cui effetto originario, quando si innalzavano dal fondo del fossato,
doveva essere davvero formidabile; e Roberto Valturio non a torto
le paragonava, per la loro inclinazione e la loro grandiosità, a piramidi.
L’ingresso verso la città, che era preceduto da un terrapieno
e da un doppio rivellino con ponti levatoi sul fossato, è tuttora ornato da
uno stemma costituito dal classico scudo con bande a scacchi, sormontato
da un cimiero a testa d’elefante crestato e affiancato da una rosa quadripetala:
si tratta di un rilievo che si ispira al Pisanello, di buona qualità,
scolpito da un artista probabilmente veneto, come dimostrano le cadenze
di tipo gotico della figurazione. A sinistra e a destra dello stemma è scritto
“Sigismondo Pandolfo” in caratteri gotici minuscoli, alti e pittoreschi. Fra
lo stemma e il portale marmoreo è murata una delle epigrafi dedicatorie
del castello, con un solenne testo latino scolpito in caratteri lapidari
(uno dei primi esempi di rinascita dei caratteri classici): essa dice che

nel 1446 Sigismondo ha eretto l’edificio dalle fondamenta a decoro dei
Riminesi, e ha stabilito che venisse chiamato col suo stesso nome, Castel
Sismondo. Meraviglia la faccia tosta di Sigismondo nel definire ariminensium
decus l’edificio, quando basta appena osservare la dislocazione delle
sue torri, tutte rivolte verso la città, per capire che esso è stato concepito
più per difendere il signore dalle eventuali rivolte dei Riminesi, che per
difendere Rimini dai pericoli esterni: come se il ricordo delle rare sedizioni
del passato pesasse, nella valutazione del signore, assai più dei pericoli
incombenti da parte dei nemici di fuori. Anche tenendo presente il concetto
corrente in quel tempo dell’identificazione della città e dello stato con
la signoria, Castel Sismondo va proprio visto come simbolo e difesa del
potere personale del signore, non certo come simbolo e difesa della città
e dello stato.
In questo suo amatissimo castello Sigismondo è morto il 9
ottobre del 1468; non sappiamo da quando aveva cominciato a risiedervi
stabilmente, ma forse già dal 1446. Certo abbastanza presto vi si erano
installate la sua cancelleria e la sua guardia, e subito era divenuto il luogo
delle cerimonie e dei ricevimenti ufficiali: anzi subito si era trasformato
nella città esclusiva della corte, allora ricca di poeti e di musici, di letterati
e di eruditi, di pittori e di medaglisti, di scultori e di architetti provenienti
da tutt’Italia.
Il Tempio Malatestiano: sogno incompiuto di Sigismondo
Dieci anni dopo aver messo mano alla costruzione del castello
che aveva voluto battezzare con il suo stesso nome, Sigismondo
cominciò a farsi costruire una cappella gentilizia nella chiesa accanto
alla quale tutti i suoi predecessori avevano eletto la loro sepoltura: San
Francesco. Pur decorata da Giotto all’inizio del Trecento, quella chiesa
era di architettura modesta (un unico vano coperto a capanna, con tre
cappelle absidali) e si trovava in una zona piuttosto periferica, anche se
vicina all’antica piazza del foro, il centro romano della città (l’attuale piazza
Tre Martiri).
La nuova cappella ebbe una struttura semplice e assolutamente
tradizionale, con un grande arco gotico aperto nel fianco destro

della chiesa, una volta a crociera e finestre alte e strette. Ben presto venne
affiancata da un’altra cappella, ugualmente semplice e ugualmente tradizionale,
per volontà della giovane amante di Sigismondo, Isotta degli
Atti. Forse il modello di entrambe era costituito da una cappella gentilizia
malatestiana costruita nel secolo precedente sullo stesso lato della chiesa,
vicino all’abside. I lavori murari per queste opere, durati più di tre anni, dovettero
comportare un qualche grave dissesto statico al vecchio edificio,
che verso il 1450 Sigismondo decise di trasformare completamente a tutte
sue spese per sciogliere un voto fatto durante la sua vittoriosa campagna
di Toscana contro Alfonso d’Aragona, come affermano le epigrafi greche
sui fianchi e l’iscrizione dedicatoria della facciata.
Per la parte architettonica il cantiere fu affidato a Matteo
de’ Pasti e per la parte scultorea ad Agostino di Duccio. Il primo era
stato reclutato presso gli Estensi, a Ferrara; si trattava di un miniatore
e medaglista veronese cresciuto alla scuola del Pisanello, e quindi di
formazione tardo gotica. Anche Agostino di Duccio, nonostante fosse
stato scolaro di Donatello, conservava raffinate cadenze gotiche, approfondite
a Venezia. Alla collaborazione fra i due artisti e ai suggerimenti
degli umanisti di corte si deve l’interno dell’edificio, pittoresco e sontuoso,
sostanzialmente aderente al gusto gotico della corte per l’esibizione del
fasto, della ricchezza e di una cultura raffinata ed elitaria in cui ha grande
parte l’adulazione di Sigismondo quale signore, condottiero e mecenate.
All’architettura dell’esterno invece provvide Leon Battista
Alberti, che ideò verso il 1450 un rivestimento marmoreo di nuovissima
concezione, assolutamente indipendente dall’edificio come andava configurandosi
nella sua parte interna. Bandita ogni desinenza gotica e ogni
cadenza decorativa, l’Alberti si rivolse infatti con piena coscienza all’antica
architettura romana, traendo da essa alcuni elementi e, più ancora,
cercando di ricuperare la concezione stessa di architettura come aulica
celebrazione dell’uomo e come esaltazione della sua nobiltà intellettuale.
Purtroppo l’edificio rimase incompiuto proprio in quella che
doveva essere la sua parte più originale e significante, cioè nell’abside,
ideata come una rotonda cupolata che forse avrebbe risolto, o almeno
composto, l’evidente dissonanza fra la parte esterna e quella interna. Per
avere un’idea del progetto dell’Alberti occorre guardare a una medaglia

fusa da Matteo de’ Pasti, che presenta il prospetto a due ordini dell’edificio
e la grande cupola che doveva sorgere al termine della navata. L’intervento
dell’Alberti, con la sua riproposizione di forme antiche, sia pure
reinventate e piegate a significati moderni, giustifica in pieno il termine
Tempio con cui questa chiesa cristiana (e francescana) è stata chiamata
fin dal Quattrocento.
La decorazione interna del Tempio esclude i tradizionali cicli
affrescati ed è affidata principalmente alle eleganti sculture di Agostino
di Duccio e ai rivestimenti marmorei, arricchiti da policromie e dorature.
L’unico affresco con figure si trovava quasi nascosto nella piccola sagrestia
fra le prime due cappelle malatestiane; raffigura Sigismondo Pandolfo
Malatesta inginocchiato davanti a San Sigismondo re di Borgogna, ed è
opera di Piero della Francesca, che l’ha firmato e datato (1451). A prima
vista può sembrare una scena devozionale assolutamente tradizionale
come soggetto, con il signore davanti al suo santo protettore. In verità l’interpretazione
che ne ha dato Piero è del tutto nuova: nei contenuti, per il
rapporto assolutamente libero, naturale, ‘laico’ che lega le figure immerse
in una luce calma e in uno spazio di razionale costruzione; nelle forme, che
sono semplici, regolari e armoniche, capaci come non era mai stato prima
di esaltare l’umanità e la dignità dei personaggi, la loro nobiltà intellettuale,
la loro bellezza fisica, e inoltre capaci di omologare il potere divino e
il potere terreno in virtù di una concezione della dignità e della razionalità
comuni al santo re e al devoto committente. Il candido rivestimento albertiano
del Tempio non era ancora cominciato quando Piero della Francesca
firmava questo suo affresco, che dunque costituiva per Rimini e la
Romagna il primo manifesto del “vero” Rinascimento; un manifesto che,
mentre lusingava il principe, confondeva gli artisti interessati solo al fasto
esteriore, invitava gli eruditi ad aprire uno spiraglio di umanità nelle loro
aride ricerche, annunciava un utopistico futuro determinato dalla ragione
e confortato dalla poesia.
Probabilmente alla corte riminese i silenzi incantati e le
pause meditate dello stile di Piero della Francesca, e forse anche il
presentimento di tempi nuovi che esso conteneva, non interessarono molto.
Probabilmente preferiva la fantasia gotica e la sontuosità tradizionali,
quelle che trionfano nella decorazione scultorea delle cappelle del tempio,

con scudi da parata e ghirlande appese, festoni pendenti dagli architravi
e stoffe e pannaroni dipinti sui sepolcri.
In questo ambiente i bassorilievi finissimi di Agostino di
Duccio assumono una preziosità e un’eleganza estreme. Putti cordiali
scherzano e si rincorrono; angeli bambini cantano e suonano melodiose
canzoni; Virtù e Sibille si agitano per mostrare i loro simboli e i loro eleganti
panneggi; Apollo e le Muse, i Pianeti e le Costellazioni formano una
compagnia pittoresca, dagli incredibili costumi esotici (fuorché Venere,
che è nuda, e trionfa sul mare fra un volo di colombe). Tutto si può spiegare
in termini di religione tradizionale, anche gli strani segni dei pianeti
e dello zodiaco, che non sono qui per comporre oroscopi strampalati,
ma semplicemente per esaltare la perfezione del firmamento creato da
Dio. Ma basta appena un po’ di malizia e di ostilità per vedere ovunque
paganesimo e irreligiosità. Così Pio II, nemico giurato di Sigismondo,
affermò che quella chiesa era piena di dei pagani e di cose profane, e la
imputò a discredito del signore riminese. Il quale, nelle epigrafi greche dei
fianchi esterni, aveva spiegato con chiarezza che essa era dedicata “a Dio
immortale e alla città” per gli scampati pericoli e per le vittorie riportate
nella “guerra italica”; e, nella bella iscrizione classica della facciata, aveva
ribadito di averla fatta costruire “per voto”.
Al Tempio Malatestiano si lavorò alacremente fin verso il 1460,
quando crebbe l’ostilità di Pio II verso Sigismondo, valoroso condottiero
quanto pessimo politico. Nel 1461 vennero le difficoltà economiche e la
scomunica papale, poi la sconfitta e la riduzione dello stato (1463); e così il
grande edificio rimase interrotto per sempre. Ancor oggi la sua incompiutezza,
ben evidente sia all’esterno che all’interno, rende palese al mondo la
sfortuna di Sigismondo e dichiara la sostanziale fragilità della sua potenza,
l’inconsistenza dei suoi ambiziosi sogni di gloria. E appunto il Tempio può
essere considerato un sogno, un sogno interrotto: per Sigismondo, che
voleva farne un tempio stupendo a gloria di Dio e della città, ma soprattutto
per rendere immortale il proprio nome e la propria dinastia; per Leon
Battista Alberti, che voleva farne un monumento ad esaltazione della
nobiltà intellettuale dell’uomo; per l’Umanesimo, che pensava si potessero
nascondere le drammatiche contraddizioni del tempo dietro ad una cortina
di intelligenti recuperi culturali e di raffinate opere d’arte.

Arte al declino di una grande Signoria
I Malatesti furono grandi mecenati. Probabilmente l’ultima
opera commissionata da Sigismondo Pandolfo, al ritorno dalla spedizione
in Morea, è stata una Pietà eseguita da Giovanni Bellini: ora è conservata
nel Museo della Città, di cui costituisce il gioiello più prezioso. Si
tratta di un brano di grande pittura e di altissima poesia, per la raffinatezza
con cui le figure sono campite sul nero del fondo, descritte da una linea
dolce e tagliente, modellate da una luce ferma e morbida, calate in un
colore caldo e tenero. Nel corpo abbandonato del Cristo sembra celato
il mistero della morte; negli angeli bambini che lo sorreggono il mistero
della vita. Un senso di alta, profonda commozione circola nel dipinto, ad
esaltazione di una dignità e di una bellezza umana che nemmeno il dolore
e la morte possono cancellare.
Nel Museo della Città sono raccolte diverse altre testimonianze
dell’epoca malatestiana, come ceramiche del Trecento e del Quattrocento,
affreschi, stemmi, frammenti lapidei, sculture, e una serie di
bellissime medaglie fuse da Matteo de’ Pasti intorno alla metà del
Quattrocento per Sigismondo e per Isotta. Inoltre vi è una notevole
pala d’altare proveniente dalla distrutta chiesa di San Domenico, commissionata
a Domenico Ghirlandaio dal nipote di Sigismondo, Pandolfo
IV Malatesta, detto “il Pandolfaccio”, che fu l’ultimo signore di
Rimini. Raffigura i santi Vincenzo Ferreri, Sebastiano e Rocco con tutta la
famiglia malatestiana inginocchiata ai loro piedi (cioè Pandolfo IV con
la moglie Violante Bentivoglio, la madre Elisabetta Aldobrandini,
il fratello Carlo).
Pare si tratti di una sorta di grande ex voto per lo scampato
pericolo della peste.
Questa pala è l’ultimo atto di mecenatismo della signoria malatestiana,
decisamente giunta al tramonto. Del figlio di Sigismondo, Roberto
il Magnifico, nel Museo della Città è conservata soprattutto una
serie di tavolette da soffitto decorate con stemmi e sigle, provenienti da
uno dei suoi palazzi riminesi. Con la visita alle testimonianze malatestiane
raccolte e conservate nel Museo si può considerare concluso questo breve
itinerario malatestiano che ha toccato le mura, il centro medievale con
i Palazzi Comunali e Castel Sismondo, il Tempio Malatestiano.
Ma chi vuol compiere una piacevole passeggiata al colle del
Covignano, alle spalle di Rimini, può vedere ancora una bella chiesa malatestiana.
Si tratta della parrocchiale di San Fortunato, ornata da stemmi
in pietra di Roberto Malatesta. A lui, infatti, si deve il rifacimento in
forme rinascimentali della facciata dell’edificio, che apparteneva all’abbazia
di Santa Maria di Scolca, fatta costruire all’inizio del secolo da Carlo
Malatesta e distrutta dopo le soppressioni napoleoniche per venderne le
macerie come materiale da costruzione. Di Carlo Malatesta esiste ancora
lo stemma, al centro del soffitto a cassettoni della semplice e luminosa
navata ornata da stucchi seicenteschi. In questa chiesa si potranno ammirare
anche opere che nulla hanno a che fare coi Malatesti, ma che
sono fra le più interessanti della città, come una tavola di Giorgio Vasari
raffigurante l’Adorazione dei Magi (nell’abside), dipinta nel 1547; e un interessante
ciclo di affreschi di Girolamo Marchesi da Cotignola e di
Bartolomeo Coda, del 1512 (nella cappella della sagrestia).
Davanti alla chiesa c’è un bel piazzale di proporzioni rinascimentali,
da cui si vedono il mare e parte del territorio malatestiano verso
le Marche, dal promontorio di Gabicce ai primi castelli che coronano le
colline della Valle del Conca.

CAPITOLO II, LA VALLE DEL MARECCHIA:
DA SANTARCANGELO A SAN LEO

 

  • Santarcangelo e la sua Rocca

Per questo itinerario che lungo la Valmarecchia porta fino
a San Leo, da Rimini si imbocca la via Emilia e dopo pochi chilometri
si incontra Santarcangelo di Romagna, costruita su una collina
fra i fiumi Marecchia e Uso; per la sua edilizia sobria, le sue stradine
pittoresche che si inerpicano sul colle e si aprono in silenziose piazzette,
è una delle cittadine meglio conservate e più piacevoli della zona.
Il nucleo antico è ancora in gran parte racchiuso dalla cinta muraria
quattrocentesca, restaurata e in parte rifatta nel 1447 da Sigismondo
Malatesta, che vi fece apporre delle epigrafi marmoree; a lui spetta
anche la costruzione della rocca, sorta ad un’estremità del colle accanto
ad una grande torre voluta da Carlo Malatesta nel 1386. Questa
torre era altissima, anzi una delle meraviglie d’Italia per la sua altezza,
secondo gli scrittori del tempo. Continuava a meravigliare per la sua
imponenza e bellezza anche mezzo secolo dopo, ma ormai gli assedi
si facevano più con le bombarde di bronzo che con le catapulte di
legno, e Sigismondo non esitò a farla abbassare. Ne utilizzò la parte
inferiore come mastio angolare per una nuova rocca (in parte costruita
col materiale ottenuto dalla demolizione) di forma quadrangolare con
torrioni poligonali, in grado di ospitare una buona guarnigione, come
suggeriva l’irrequietezza e l’insofferenza dei santarcangiolesi nei confronti
della signoria malatestiana, e la necessità di sorvegliare continuamente
il corso inferiore del Marecchia e dell’Uso e la via Emilia in
prossimità di Rimini.
Anche questa rocca, che purtroppo ha completamente
perduto il suo coronamento di beccatelli e di merli, è ornata da iscrizioni
in bei caratteri epigrafici antichi e in latino, secondo una moda
umanistica che proprio allora cominciava ad affermarsi. Dal cortile,
con un pittoresco acciottolato sotto cui esiste una cisterna medievale
ancora funzionante, si può accedere al mastio, che è la base della
grande torre trecentesca di Carlo Malatesta, con una parte delle sue
antiche scale a chiocciola nascoste nelle enormi murature: esse permettevano
comunicazioni indipendenti ai vari piani (ne sono superstiti
quattro). In una sala di questa torre all’alba del 10 ottobre 1432 morì,
ad appena ventuno anni, Galeotto Roberto Malatesta, detto il beato,
nipote e successore di Carlo e fratello di Sigismondo e Malatesta
Novello. Alcuni fantasiosi scrittori ottocenteschi hanno ambientato qui
le vicende che portarono al “delitto d’onore” di Gianciotto, cioè all’uccisione
di Paolo il bello e di Francesca da Rimini.

Il paesaggio che si gode dalla terrazza del mastio è suggestivo:
la valle del Marecchia si apre ampia fino alle colline e a San
Marino da una parte, fino a Cesena e al mare dall’altra. Vicino al fiume
l’attento osservatore può scorgere la Pieve, una basilica bizantina ad
unica navata sorta nel VI secolo accanto all’abitato romano. È la pieve
più antica e meglio conservata di tutta la Romagna.

 

  • Torriana e Montebello tra paesaggi e fortificazioni

Seguendo la via Santarcangiolese, l’itinerario incontra prima
Poggio Berni dove Palazzo Marcosanti costituisce una pregevole
testimonianza del periodo malatestiano e un raro esempio di residenza
fortificata. Lasciata Poggio Berni, prima di Ponte Verucchio, sulla destra
si può imboccare la ripida strada che porta verso Torriana (un
tempo Scorticata) dove svettano i resti di una rocca che aveva una
posizione veramente strategica per il controllo del territorio. Ciò spiega
la cura con cui Sigismondo ne ha riformato e potenziato le difese, che
ora costituiscono pacifici e straordinari balconi su un paesaggio veramente
pittoresco ed incantevole, “misto di valli, di monti, di terre, di
ville e di mare”, come nel 1705 scriveva l’archiatra di Clemente XI, mons.
Gian Maria Lancisi.
Se oggi apprezziamo i valori paesaggistici della posizione,
ai tempi dei Malatesta la collina di Torriana, insieme a quella di Verucchio,
sulla sponda opposta del Marecchia, costituiva un importante
sbarramento fortificato: era attrezzato proprio per rendere invalicabile
il passaggio e per inviare a Rimini informazioni (con fuochi e fumi) sul
vastissimo territorio che riuscivano a sorvegliare, tanto verso il mare
che verso le colline romagnole e marchigiane e San Marino.
Da Torriana vale la pena raggiungere Montebello, grazioso
borgo fortificato con una rocca interessante, più volte rimaneggiata
(dei marchesi di Bagno). Dagli spalti si godono magnifici scorci
paesaggistici sulla valle del Marecchia e sulla valle dell’Uso. I visitatori
amanti delle leggende possono farsi raccontare quella di Azzurrina, la
fanciulla morta nella rocca in circostanze tragiche.

 

  • Verucchio, una delle “culle” dei Malatesti

Ridiscendendo a valle si prosegue per Ponte Verucchio e
si attraversa il fiume Marecchia. Giunti sull’altra sponda, la meta è Verucchio,
che con Pennabilli si contende l’onore di essere stata la culla
dei Malatesti. A Rimini, già verso il 1220, è Malatesta dalla Penna
ad emergere come capo della famiglia e, alla sua morte, verso il 1247,
il figlio Malatesta da Verucchio. Probabilmente Verucchio rappresenta
solo una tappa di avvicinamento alla città della sempre più potente e
sempre più ricca famiglia. Comunque sia, è nella media valle del Marecchia
che va collocata la loro “culla”.
Verucchio e Pennabilli peraltro hanno una conformazione
simile: si distendono su selle attraversate da una strada e dominavano il
Marecchia con due rocche ciascuna.
A Verucchio in una delle due rocche (detta “del Passerello”),
pressoché distrutta, è insediato un convento di suore; ma l’altra,
detta “del Sasso”, domina ancora, ben salda e visibile, il paese e il territorio.
Per quanto rimaneggiata da adattamenti e restauri è, con quelle
di Montebello, San Leo e Santarcangelo, una delle più interessanti di
tutta la valle. Sigismondo la fortificò nel 1449, come avvertono due
belle iscrizioni, aggiungendole una grande scarpa e riorganizzando le
costruzioni attorno al massiccio cassero centrale. Alcuni scavi hanno
rivelato capaci sotterranei e imponenti strutture forse del XII secolo,
comunque di molto anteriori all’intervento di Sigismondo. Più antica
è anche la bella torre quadrata in pietra, dal paramento straordinariamente
accurato, in parte piena. Nel 1975 è stato ricostruito un antico
sentiero che, protetto dal mastio, scende ripidissimo dal fianco della
rupe: costituiva un collegamento di emergenza con il territorio. Le sale
di questa rocca hanno subito molti rimaneggiamenti e trasformazioni di
adeguamento alle esigenze della piccola corte di Zenobio de’ Medici,
di Ippolita Comnena, di Leonello e di Alberto Pio da Carpi, che ebbero
in feudo Verucchio dal 1518 al 1580, e alle esigenze di un piccolo teatro
costruito al suo interno nel XVIII secolo.
Verucchio fu perduta da Sigismondo nel 1462 dopo un estenuante
assedio. La “rocca del Sasso”, ben munita e difesa da truppe fedeli e

affezionate al loro signore, non voleva arrendersi a Federico
da Montefeltro, che fu costretto a ricorrere ad uno degli stratagemmi
in cui era maestro: una lettera con la falsa firma di Malatesta Novello
che preannunciava l’arrivo di rinforzi. I rinforzi arrivarono infatti, ma
troppo tardi il castellano si accorse che erano costituiti da soldati di
Federico opportunamente camuffati.

 

  • L’imprendibile Fortezza di San Leo

Lasciata Verucchio, dalla strada Marecchiese, sulla sinistra,
si prende per San Leo. L’antico Mons Feretri, è in un certo senso
la capitale ‘storica’ del Montefeltro, a cui ha dato il nome, e forse il
luogo d’origine della casata dei Montefeltro, che per tutto il Trecento
e il Quattrocento l’hanno contesa ai Malatesti. Certo si tratta di un
luogo di grande importanza strategica per il dominio dell’entroterra, e
per questo fu già al centro di lunghi scontri fra Longobardi e Bizantini.
Va ricordato che proprio a San Leo si è conclusa la lotta di Berengario
II contro l’imperatore Ottone I, che il 26 dicembre del 963, dopo un lunghissimo
assedio, riuscì a conquistare la città e a catturarlo.
La visione del paesaggio è giustamente famosa: San Leo,
costruita su una rupe calcarea dai fianchi scoscesi, è dominata da una
rocca pressoché imprendibile riformata da Francesco di Giorgio
Martini per Federico da Montefeltro. Ci troviamo davanti ad uno dei
più compiuti e conservati edifici militari del Rinascimento.
Si fa risalire a Desiderio, re dei Longobardi (secolo VIII),
la costruzione di un primo fortilizio in muratura, dopo che per alcuni
secoli, almeno dall’invasione ostrogota, il masso di San Leo, così come
era conformato, era stato una fortezza naturale.
Il Forte consta di due parti abbastanza distinte, nonostante
l’omogeneità che Francesco di Giorgio ha cercato di conferire all’insieme
di edifici di epoche diverse. L’architetto rinascimentale ha aggiunto
ex-novo l’ala residenziale e i torrioni rotondi collegati da un enorme
muraglione a carena con beccatelli.
I visitatori possono vivere l’esperienza di un viaggio a ritroso
nel tempo. Anche se, oltre e più che nella rocca, a San Leo i segni del più genuino Medio Evo vanno ricercati nella Pieve e nella Cattedrale,
splendidi esempi di architettura romanica.
Nella “Piazza d’armi”, delimitata dai due torrioni, dal muro
di cinta e dal mastio, il panorama si fa grandioso. Affacciandosi si ha
la vista del centro abitato col suo reticolo di stradine convergenti nella
piazza al centro. Siamo a solo 650 metri sul livello del mare, eppure,
così isolata e distinta dalle alture disposte a corona tutt’intorno, la Rocca
sembra sospesa fra cielo e terra.
Nel corso della visita, desta curiosità il “pozzetto”, l’angusta
cella dove dal 1791 al 1795, anno della morte, fu prigioniero Giuseppe
Balsamo, meglio conosciuto come Cagliostro, leggendario
occultista ed avventuriero famoso in tutta Europa.
San Leo conserva anche un’importante testimonianza del
passaggio di San Francesco che qui ricevette in dono il monte de La
Verna dal Conte Orlando de’ Cattani, signore di Rocca di Chiusi. Al santo
si fa risalire anche la fondazione del convento di Sant’Igne, in una
selva ai piedi della rupe. Il convento, con il bel chiostro con colombe
ottagonali e la chiesetta dedicata alla Vergine, merita una visita.

CAPITOLO III LA VALLE DEL MARECCHIA:
DA TALAMELLO A PENNABILLI

 

  • Talamello, tesori d’arte e del palato

Lasciata San Leo, si riprende la strada Marecchiese in direzione
di Pennabilli. Prima di arrivare a Novafeltria, è consigliata una deviazione
sulla destra per raggiungere il caratteristico borgo di Talamello,
scrigno di pregevoli opere d’arte e dell’Ambra, il formaggio di fossa amato
dai buongustai. Il castello è stato per alcuni anni sotto il dominio prima di
Galeotto e poi di Carlo Malatesta, ma Pio II Piccolomini ne fece un
feudo dei Guidi di Bagno e dei Malatesta di Sogliano. Nel santuario
di San Lorenzo si può ammirare un crocifisso del Trecento attribuito a
Giovanni da Rimini, mentre nella cella del cimitero sono conservati
affreschi del 1437 di Antonio Alberti da Ferrara.
Scesi da Talamello, si attraversa Novafeltria che, sebbene
moderna, conserva anche preziose testimonianze del passato. Tale è
la Cappella di Santa Marina, romanica, risalente al XII secolo. Si nota il
campanile a vela aggiunto all’edificio nel XVI secolo.

 

  • Maiolo e Maioletto, ruderi e leggende

Superata Novafeltria, sulla sinistra si nota il monte di Maioletto,
coronato dai resti di una rocca malatestiana di cui rimangono solo
una cortina e due bastioni poligonali a scarpa. La rocca fu distrutta nel
1639 da un fulmine che colpì il magazzino delle polveri da sparo. I pochi
ruderi restaurati sono i resti di una delle roccaforti più difficili da espugnare
dell’intera Valmarecchia e del Montefeltro.
Maiolo, il borgo fortificato che sorgeva sotto la sua protezione
sul fianco del monte, variamente conteso dai Faggiolani, dal Vescovo
del Montefeltro, dalla Chiesa, dai Malatesti e dai Montefeltro, è stato
completamente distrutto da una frana il 29 maggio 1700: la ferita provocata
dalla frana è ancora ben visibile sul fianco del monte. La leggenda vuole
che sia stata una punizione divina per un peccaminoso “ballo angelico”
tenutosi all’interno delle mura castellane.
Per godere del paesaggio di questa zona, uno dei più suggestivi
del Montefeltro, è consigliabile percorrere i sentieri che dal fondovalle
e dal paese conducono alla rocca. Merita una sosta il borgo di Antico
con la sua chiesa romanica di Santa Maria. Il portale è uno dei più belli del
Montefeltro e presenta una lunetta scolpita con la Madonna protettrice.
All’interno una Madonna delle Grazie in terracotta invetriata attribuita a
Luca della Robbia.

 

  • Il fascino di Petrella Guidi

Sulla sponda destra del fiume Marecchia sorge invece
l’affascinante borgo di Petrella Guidi, ora quasi disabitato ma pressoché
intatto nella sua struttura medievale, dominato da una rocca in rovina
con una grande torre costruita dai Tiberti fra il XII e il XIII secolo. Sui
muri di questa torre resiste ancora in molti punti l’originale intonaco candido,
a testimoniare che le antiche fortificazioni erano intonacate e dipinte
e si rendevano ben visibili nel paesaggio anche per i loro colori che in
genere rispecchiavano quelli araldici della famiglia che li possedeva. Sulla
porta delle mura conserva uno stemma malatestiano (di Galeotto) affiancato
da uno stemma degli Oliva, che lo tennero con la protezione dei
Malatesti fino all’inizio del Quattrocento, e uno stemma della Chiesa (le
chiavi incrociate).

 

  • Sant’Agata dominata dalla Rocca

Procedendo oltre Petrella per la piccola strada si raggiunge
al di là del crinale Sant’Agata Feltria, nella valle del Savio, dominata
da una bella rocca malatestiana costruita su un roccione chiamato “Sasso
del lupo”. La rocca fu modificata da Federico da Montefeltro cui
si deve l’aggiunta di un bastione progettato da Francesco di Giorgio
Martini e soprelevata dai Fregoso che ne furono gli ultimi feudatari. La
fortezza fu originariamente fatta costruire intorno all’anno 1000 dal conte
Raniero Cavalca di Bertinoro e, per la sua posizione di confine, acquistò
importanza strategica diventando, assieme alle rocche di San Leo e Maiolo,
la punta più avanzata del sistema difensivo settentrionale del futuro
Ducato di Urbino. Nel 1430 Sant’Agata Feltria (oggi nota per la fiera del
tartufo bianco che si tiene in ottobre) venne data in Vicariato ai Malatesti,
che la tennero sino al 1463, quando Federico da Montefeltro riconquisterà
per la Santa Sede la rocca di Sant’Agata Feltria ed i Castelli dell’Alto
Montefeltro.

 

  • Nella Pennabilli dei due castelli

Da Sant’Agata Feltria si prende la strada che porta a Pennabilli,
paese che nasce nel XIV secolo dalla fusione dei due castelli di
Penna e di Billi, situati rispettivamente sulle emergenze rocciose dette
Roccione e Rupe. Le due rocche, di evidente importanza strategica,
furono sempre al centro delle lotte per la supremazia del territorio, in
particolare tra i Malatesti e i Montefeltro. Di quei castelli rimangono
oggi ruderi quasi informi, con tracce di cisterne. Sul Roccione i resti di
un bastione poligonale fanno pensare a una costruzione malatestiana del
Quattrocento; ai ruderi della fortificazione della Rupe si appoggia in parte
il monastero delle suore Agostiniane, costruito all’inizio del XVI secolo
con le pietre della rocca distrutta. Nell’abitato esistono ancora avanzi
delle mura di cinta e due porte rimaneggiate, con stemmi malatestiani e
feltreschi: testimonianza del passaggio del luogo dai Malatesti ai Montefeltro,
avvenuto definitivamente nel 1462, l’anno precedente la disfatta di
Sigismondo Malatesta ad opera delle milizie papali comandate da Federico
da Montefeltro.
A Pennabilli, città d’elezione di Tonino Guerra, lo scrittore,
poeta e sceneggiatore ha ideato i cosiddetti Luoghi dell’anima, musei
all’aperto e non, con l’obiettivo di sollecitare l’anima e la fantasia del visitatore.
Nel centro del paese troviamo L’Orto del frutti dimenticati, il Santuario
dei pensieri, la Strada delle Meridiane, L’angelo coi baffi, il Rifugio
delle Madonne abbandonate. Nei dintorni di Pennabilli sono numerose le
località che conservano monumenti di un certo interesse.
A Molino di Bascio la torre è ciò che rimane dell’antico e
maestoso castello che dominava la sottostante Valle del Marecchia. Ai piedi
della torre Il giardino pietrificato, un altro “luogo dell’anima” composto
da “Tappeti di ceramica” dedicati ad altrettanti personaggi storici feretrani
o che hanno conosciuto il Montefeltro.
Un’altra torre sopravvive a Maciano: il castello di cui faceva
parte fu raso al suolo nel 1458 da Federico da Montefeltro, nell’ambito
dell’eterna contesa con Sigismondo. Sempre a Maciano sorge la
chiesa dedicata a Santa Maria della Palma e dell’Olivo il cui portale è
datato 1529.

A Ponte Messa merita una visita la Pieve romanica sorta
alla fine del XII secolo ad opera di maestranze lombarde su commissione
della nobiltà locale.
Da Pennabilli ci si può inoltrare fino a Casteldelci, l’ultimo
comune della provincia di Rimini ai confini con la Toscana. È questo un
borgo di origine medievale che ha dato i natali a Uguccione della Faggiola,
celebre condottiero che avrebbe ospitato Dante Alighieri. Delle numerose
fortificazioni di un tempo, sorte grazie alla sua posizione strategica, restano
la Torre Campanaria (sopraelevazione settecentesca sui resti di una
rocca), la Torre di Gattara e la Torre del Monte.

CAPITOLO IV LA VALLE DEL CONCA:
DA GRADARA A MONTEGRIDOLFO

Nella seconda metà del Trecento, consolidata la loro signoria
e ottenuta la carica ufficiale di “vicari” del Papa, i Malatesti modificarono
alcune rocche per renderle adatte ad ospitare la loro corte che, per ricchezza
e raffinatezza, ormai gareggiava con le grandi corti dell’Italia centrale.
Gradara soprattutto e Montefiore furono appunto, oltre che rocche
pressoché imprendibili, sontuose residenze temporanee, di villeggiatura
diremmo oggi, specialmente nei periodi più favorevoli alla caccia.

 

  • Gradara: una reggia per le vacanze

Gradara è un grande castello che univa alla funzione difensiva
quella di sontuosa residenza. Si trattava, come Montefiore, di
un bene allodiale dei Malatesti, cioè di una vera proprietà derivata da
acquisto, non da concessione pontificia. In quanto a manufatto difensivo
va considerato in rapporto diretto con Rimini e in sistema con le
rocche di Gabicce, Casteldimezzo e Fiorenzuola, sulle colline del
litorale, e di Tavullia nell’interno. Malatesta Guastafamiglia nel
1364 assegnava per testamento Montefiore e Gradara rispettivamente
a Malatesta Ungaro e a Pandolfo, suoi figli. Pandolfo è l’amico
del Petrarca e il padre di quel Malatesta dei sonetti che nel 1429
morì proprio nella rocca di Gradara. Di lui si conosce l’interesse per la
pittura, oltre che per la poesia (mandò un pittore dal Petrarca perché
gli facesse segretamente il ritratto); di Malatesta si sa che reclutò artisti
a Firenze (fra questi era il giovane Lorenzo Ghiberti) per decorare
la sua residenza pesarese. Probabilmente le decorazioni ad affresco
con eroi dell’antichità e battaglie antiche documentate tanto nel castello
di Gradara quanto nel palazzo pesarese, erano in gran parte dovute a
Pandolfo; e forse non erano molto diverse da quelle fatte dipingere a
Montefiore dall’Ungaro.
Nella rocca di Gradara esistono ancora affreschi del Quattrocento,
con eroi e con battaglie, ma sono dovuti alla committenza
degli Sforza, che ebbero il castello dal 1463. Già all’entrata del paese
si vedono sull’antica porta gli stemmi di Alessandro Sforza (insieme
a quello di Guidobaldo II Della Rovere e di Vittoria Farnese),
mentre sulla porta della vera e propria rocca trionfa una bella iscrizione
di Giovanni Sforza, commemorativa di un importante restauro del
1494. Sicuramente il castello ne aveva bisogno: anche se Sigismondo
Malatesta aveva già risarcito i danni provocati dal pesante assedio
di Francesco Sforza, che nel 1446 aveva inutilmente tentato di sottrargliela
per darla al fratello Alessandro, appena divenuto signore di

Pesaro (1445) con la connivenza, e anzi la complicità, di Federico da
Montefeltro.
Nell’insieme, tanto il paese interamente fasciato da mura
merlate che la rocca, sono in buono stato di conservazione e presentano
molte parti genuine, nonostante i numerosi restauri subiti (pesanti,
anche se necessari, quelli condotti negli anni venti del secolo scorso).
Alla rocca si accede tramite un ponte levatoio, dopo aver superato una
serie di protezioni successive; il cortile interno, quadrangolare, è ornato
su tre lati da portico e loggia (del primo Trecento e del tardo Quattrocento),
con stemmi di Pandolfo Malatesta e di Giovanni Sforza;
in un angolo il mastio, un tempo isolato, risalta nudo e poderoso e mostra
di essere la parte più antica di tutto il complesso. Verso la metà del
Settecento sotto al suo pavimento, là dove oggi è allestita una pittoresca
sala di tortura, fu trovato il corpo in piedi di un guerriero armato di
tutto punto: forse condannato, trecento anni prima, a morire soffocato
sotto un cumulo di terra. Il mastio fu sicuramente usato come prigione e
come tribunale: l’iscrizione all’esterno della finestrella della sala bassa
lo indica come “antidoto alla disonestà”.
Dalla corte si accede direttamente alla cappella, con una
bella pala in maiolica bianca e azzurra di Andrea della Robbia raffigurante
la Madonna con il Bambino e quattro santi (nella predella l’Annunciazione
fra San Francesco che riceve le stimmate e Santa Maria
Egiziaca che riceve la comunione da un angelo); e, attraverso una scala
cinquecentesca, al piano superiore, dove si possono visitare sale con
un eclettico mobilio d’antiquariato e con decorazioni all’apparenza medievali
completamente e spesso fastidiosamente false, databili ai primi
decenni del Novecento. È completamente falsa anche la cosiddetta
camera di Francesca, che negli anni venti è stata provvista di tutti gli
ingredienti (letto e leggio, cortine e botola, passaggio segreto, balcone
eccetera) per “ambientare” e rendere verosimile la tragedia dei “due
cognati” che, se davvero accadde, accadde altrove.
È stato Dante Alighieri, nel V canto dell’Inferno, a parlarci
dell’amore dei due cognati Paolo il Bello e Francesca da Polenta,
e del tragico epilogo per mano del marito tradito, Gianciotto (Giovanni
“ciotto”, cioè sciancato). Gianciotto e Paolo erano fratelli, e figli di

quel Malatesta che Dante aveva chiamato “Mastin Vecchio”.
Il matrimonio fra Gianciotto e Francesca faceva parte di un piano ben
preordinato di parentele fra i Polentani e i Malatesti inteso a rafforzare
il dominio malatestiano in Romagna. La tragedia, se veramente
accaduta, è da collocare fra il 1283 e il 1284 a Rimini, nelle case malatestiane
(ma il luogo del tradimento e del delitto è rivendicato, oltre che
da Gradara, anche da Pesaro e Santarcangelo).
A parte interventi come quello sulla camera di Francesca,
espressione di un gusto tardo romantico, decadente, più incline
al romanzo d’appendice che al rispetto per le testimonianze storiche,
la struttura della rocca è, nella sostanza, autentica, come autentiche e
affascinanti sono alcune delle sue decorazioni rinascimentali ad affresco:
quelle del camerino di Lucrezia Borgia (che per qualche anno fu
la moglie di Giovanni Sforza), della sala dei putti e del loggiato, in cui
è conservato anche qualche frammento scultoreo. Comunque il fascino
vero della costruzione sta nella sua complessità, nella stratificazione
delle sue parti, nella grandiosità della sua struttura, nel rapporto con il
paese fortificato e con il paesaggio circostante.

 

  • San Giovanni in Marignano, granaio dei Malatesti

Da Gradara si prende la strada in direzione di Cattolica
e dalla cittadina rivierasca ci si inoltra nell’interno, incontrando quasi
subito San Giovanni in Marignano, di fondazione benedettina, con
mura e torre di accesso tre-quattrocentesche. Il centro storico, oggetto
di un’azione di recupero, mostra una struttura urbana medievale. Il territorio
fu bonificato nel XII secolo e divenne il “granaio dei Malatesti”.
Questa vocazione è testimoniata dalle oltre 300 fosse granarie ipogee
presenti nel centro storico.
Lasciata San Giovanni, si prende quindi la strada per Morciano
di Romagna e da qui si ha la possibilità di partire per due itinerari,
uno più breve e un secondo più lungo che porta oltre i confini della Romagna.
Per l’itinerario più breve si prende la strada che permette di arrivare
a Saludecio, Mondaino e Montegridolfo. Ci troviamo in località di
confine di grande valore strategico, quindi accuratamente fortificate.

 

  • Saludecio e i suoi palazzi

A Saludecio, che ha sempre gravitato nell’orbita riminese e
malatestiana, ma che ha avuto propri domicelli (gli Ondidei, uccisi da una
famiglia rivale nel 1344, forse su istigazione degli stessi Malatesti), rimangono
pochi resti dell’antica rocca, incorporati nell’ottocentesco Palazzo
Comunale, la cui ala esterna è decorata da uno stemma malatestiano
trecentesco. Il paese, che si è sviluppato a fuso tra Porta Montanara e
Porta Marina (che risalgono all’epoca di Sigismondo), è racchiuso dalle
mura rinascimentali ed è ricco di pregevoli palazzi. Non ha nulla a che
fare con l’epoca malatestiana ma merita una visita la neo-classica chiesa
di San Biagio che è anche il santuario del Beato Amato Ronconi, con
l’annesso museo.

 

  • I “segreti” della rocca di Mondaino

Alla fine del XIII secolo Mondaino cadde sotto il dominio
dei Malatesti, mentre nel 1462 fu conquistata da Federico da Montefeltro
per conto della Chiesa. Tanto le mura di cinta che la porta settentrionale
e la rocca (ora palazzo comunale), su un grande basamento a scarpa,
formano un nucleo molto pittoresco, anche per l’inserzione fra di
esse di una scenografica piazza ottocentesca, semicircolare e porticata.
Recentemente è stata rintracciata e in parte scavata una lunga e ripida
galleria sotterranea che dalla rocca doveva portare al fiume: costituiva
forse una via di fuga, o un passaggio segreto per inviare messaggeri.
Nella letteratura riguardante le fortificazioni si parla spesso di passaggi
segreti, ma questo è l’unico, per ora, documentato da un ritrovamento.
Il primo piano del castello ospita un Museo Paleontologico con reperti
della zona. Nella seconda metà di agosto l’epoca medievale e rinascimentale
rivive con il Palio del Daino.

  • Liti in famiglia a Montegridolfo

Saludecio e Mondaino, come gli altri paesi della zona, nella
prima metà del Trecento furono teatro di lotte tutte interne alla famiglia malatestiana,

fra i cugini Ferrantino Novello, Galeotto e Malatesta
Guastafamiglia; il primo figlio di Ferrantino e nipote di Malatestino
dall’occhio, i secondi figli di Pandolfo I (che di Malatestino era
fratello). Tali lotte si risolsero con la sconfitta di Ferrantino, che si era
alleato con i Montefeltro e che aveva costituito una specie di signoria
personale sulle colline romagnole verso Urbino. Un paese intero fu vittima
di queste lotte, Montegridolfo, che costituisce il punto di approdo
di questo itinerario. Fu completamente distrutto nel 1337 da Ferrantino e
ricostruito cinque anni dopo da Galeotto e Malatesta secondo un piano
urbanistico ben preciso, ancora sostanzialmente intatto: sul rilievo terrapienato
e regolarizzato da alte mura a scarpa, le modeste costruzioni
sorgono allineate con cura fra tre strade parallele; l’accesso al paese
avviene attraverso un’unica porta-torre con ponte levatoio, ora modificata.
Dalla parte opposta dell’abitato sorgeva una piccola rocca, di cui
restano avanzi parzialmente inglobati in un palazzo (ora trasformato in
albergo): forse si trattava di quella che era stata generosamente donata
nel 1503 da Cesare Borgia, detto il Valentino, al suo amatissimo “boia”
don Micheletto. Nell’ultimo decennio del secolo scorso, tutto il paese è
stato restaurato con molta cura per valorizzarne la vocazione turistica.
Appena fuori dall’antico abitato sorge la chiesetta di San
Rocco, con affreschi del XV e XVI secolo raffiguranti la Madonna con il
Bambino e i santi Sebastiano e Rocco, e una pala seicentesca che ne
ripete il soggetto (di Guido Cagnacci). Nella valle del Conca si trovano
altri affreschi dell’ultimo quarto del Quattrocento di notevole pregio:
una Vergine con il Bambino in trono fra angeli musicanti è a Mondaino
(ora nel Municipio, proveniente dal convento delle Clarisse); e una
frammentaria decorazione con la raffigurazione del Giudizio Universale
e del Paradiso è nella chiesetta dell’Ospedale di Santa Maria della Misericordia
di Montefiore.

CAPITOLO V LA VALLE DEL CONCA:
DA MONTEFIORE A CARPEGNA

Per l’itinerario più lungo nella Valle del fiume Conca si seguono
da Morciano le indicazioni per Montescudo e Montecolombo.
Tuttavia, giunti al bivio di Osteria Nuova, è doverosa una deviazione
per inoltrarsi fino a Montefiore Conca.

 

  • La reggia di Montefiore

Montefiore Conca è ben visibile tanto da Rimini che da
tutta la pianura riminese. Domina la media valle del Conca e quella
del Ventena e fa parte della catena più salda e coerente di tutto il sistema
difensivo malatestiano. Per comprenderne l’importanza strategica
basta contrapporre la sua rocca alle rocche feltresche di Tavoleto e
di Sassofeltrio. Forse è il più caratteristico dei castelli malatestiani
per la forma prismatica della rocca, dall’aspetto anomalo, quasi surreale,
liscia e sfaccettata, compatta e cristallina; non c’è da meravigliarsi
che sia rimasta negli occhi e forse nei taccuini di viaggio di Giovanni
Bellini che ebbe a riprodurla nello sfondo di almeno due suoi dipinti.
Negli anni recenti la rocca è stata oggetto di complesse opere di consolidamento,
miglioramento sismico e restauro che l’hanno meglio restituita
alla fruizione del visitatori: ora si può accedere anche agli ambienti
più antichi, prima non raggiungibili. Già nel Duecento l’edificio
doveva avere una notevole mole e un buon assetto funzionale, con una
torre a cui si affiancava, appena distaccato, un palazzo residenziale;
entrambi erano protetti da un recinto murato, che racchiudeva al centro
un cortile con cisterna, modellato sul cocuzzolo della collina. Al secolo
successivo risalgono ampliamenti consistenti e le mura che circondano
tutto il paese e formano un grande recinto difensivo in cui è inclusa
anche la rocca. Abbiamo notizie di vari restauri e di modifiche, dovuti
a Sigismondo, ma prima ancora a Malatesta Ungaro, che predilesse
questo edificio e lo fece decorare con un bellissimo stemma lapideo
col “cimiero” tuttora esistente e con dipinti in parte miracolosamente
superstiti. Nella grande “camera dell’Imperatore” (che era affiancata
ad una “sala del trono” e ad una “sala del Papa”) esistono alcuni “ritratti”
di antichi eroi e due scene frammentarie di battaglia, affrescate da
Jacopo Avanzi intorno al 1370. Si tratta degli unici resti di decorazioni
pittoriche appartenenti a edifici privati malatestiani. Affreschi e pitture
sono documentati in molte altre residenze e castelli malatestiani: a Pesaro,
a Montelevecchie, a San Costanzo di Fano, a Brescia, a Rimini, a
Gradara, ma non ne rimane traccia.
Il visitatore non può evitare di salire sul terrazzo più alto dal quale si gode

un panorama stupendo che spazia dal mare al
Montefeltro. Le ricerche archeologiche degli ultimi anni hanno riportato
alla luce una notevole quantità di reperti, spesso ottimamente
conservati: alcuni boccali smaltati tra i più antichi dell’Italia centrosettentrionale,
maioliche quattrocentesche e altre cinquecentesche
di produzione pesarese e faentina. Negli anni del massimo potere
dei Malatesti, nella rocca furono ospiti personaggi di rilievo: Luigi il
Grande, re d’Ungheria, Sigismondo re di Boemia, papa Gregorio XII,
papa Giulio II ed altri.
Prima di uscire dal centro storico di Montefiore si notino
le costruzioni che formano un semicerchio ai piedi della rocca, e la
chiesa parrocchiale con un bel portale gotico e un Crocifisso riminese
del Trecento. Sulla porta del paese, nel Medioevo munita di ponte
levatoio, è murata una targa lapidea con gli stemmi del pontefice
Pio II Piccolomini e del cardinal legato Niccolò Forteguerri: nel 1464
(dopo la sconfitta di Sigismondo Malatesta) andò a sostituire uno
stemma malatestiano.
Tornati a Osteria Nuova si prosegue fino a incontrare prima
Montecolombo e poi Montescudo, due paesi ben muniti sulla
sinistra del fiume, che (con Gemmano) sono stati semidistrutti durante
l’ultima guerra.

 

  • Il “tesoro” di Sigismondo a Montescudo

A Montescudo sono degne di attenzione le grandi mura
della rocca, con scarpate molto grandi e inclinate che rendevano praticamente
impossibile ogni assalto. Sul bastione meridionale si vede ancora
una targa marmorea con un’iscrizione latina dal dettato solenne,
scolpita con la consueta cura formale per la disposizione e il carattere
delle lettere. In essa Sigismondo afferma di aver costruito dalle fondamenta
la grande rocca come “scudo” per la città di Rimini nel 1460.
Montescudo, dominando tutta la media valle del Conca e quella del
torrente Marano, e fronteggiando direttamente le fortificazioni nemiche
di San Marino, costituiva davvero l’elemento chiave di tutto il sistema
difensivo malatestiano e un vero e proprio scudo a difesa della stessa

città di Rimini, che gli è congiunta da una comoda strada di crinale
lunga appena una ventina di chilometri.
Il 31 marzo 1954, durante il restauro delle mura orientali di
Montescudo, sono state trovate ventidue medaglie con l’effigie di Sigismondo.
Si tratta di alcune di quelle, famose e veramente stupende, fuse
in bronzo da Matteo de’ Pasti negli anni centrali del Quattrocento.
Ne sono stati trovati diversi esemplari anche altrove, sempre nei muri
di costruzioni malatestiane; sappiamo che il signore di Rimini le faceva
nascondere nelle murature affinché la memoria del suo nome e del suo
volto sopravvivesse anche alla distruzione delle sue architetture. Certamente
una tale “preoccupazione” non poteva essere compresa dalla
gente comune, che fantasticò su tali depositi e li interpretò come tesori:
varie leggende di tesori nascosti nei muri delle rocche malatestiane fiorirono
ancor vivente Sigismondo.
A qualche chilometro da Montescudo, sorge il castello di
Albereto, di antica origine e rafforzato da Sigismondo Malatesta. Recenti
ed accurati restauri lo hanno restituito al rango di una delle perle
architettoniche del periodo malatestiano. Del complesso risaltano la tipica
“scarpa malatestiana”, le tre torri circolari e la torre campanaria. Dal
terrazzo si gode un panorama invidiabile fino alla costa.

 

  • Il borgo di Montecolombo

Ad accoglierci nel borgo di Montecolombo, che ha
mantenuto nel tempo la struttura medievale, è una porta con arco a
sesto acuto sulla quale svetta una merlatura. Il paese entrò a far parte
dei domini dei Malatesti nel 1271. L’abitato è circondato da mura e bastioni.
Nella vicina frazione di San Savino si possono vedere le mura
restaurate di un piccolo castello risalente all’epoca di Sigismondo
Malatesta.
Da Montecolombo, seguendo le indicazioni per Taverna e
Santa Maria del Piano, si percorre la strada che porta nell’alta Valle
del Conca fino a Carpegna. Il primo paese che si incontra è Mercatino
Conca: nella frazione Piandicastello sorgeva una rocca malatestiana distrutta
nel 1462 da Federico da Montefeltro.

 

  • Monte Cerignone, una rocca del Quattrocento

Lasciata Mercatino Conca, lungo la strada troviamo Monte
Cerignone dove, in cima ad un solido costone tufaceo, svetta una rocca
che ovviamente Malatesti e Montefeltro si contesero. Monte Cerignone fu
importante centro sin dai tempi del dominio malatestiano, quando, oltre
che consolidare la Rocca, vennero anche ampliate le mura.
Col passaggio ai Montefeltro dopo la sconfitta dei Malatesta
(1464), la Rocca fu sottoposta alle “cure” di Francesco di Giorgio
Martini. L’edificio si presenta oggi come un corpo compatto, al di sopra
dell’antico castello, recinto lungo tutto il bordo delle mura da due rampe
di accesso. Nonostante le trasformazioni effettuate nei secoli XVII e
XIX, l´immagine quattrocentesca della costruzione è rimasta pressoché
inalterata.

Sassocorvaro, una rocca amica dell’arte
Prima di raggiungere Carpegna, si impone una deviazione
verso Sassocorvaro dove merita una visita la celebre Rocca ubaldinesca,
una delle fortezze più originali d’Italia, che pure ha visto l’intervento
di Francesco di Giorgio Martini.
La rocca ha una pianta a forma di tartaruga (animale dalla
corazza impenetrabile) ed è studiata in tutti i libri di storia dell’architettura
per le numerose innovazioni volte a renderla imprendibile. Tra le
sue mura furono salvate oltre 10.000 opere d’arte (tra cui La tempesta
del Giorgione, la Città ideale e molte altre opere di famosi artisti tra cui
Raffaello Sanzio, Piero della Francesca, Carlo Crivelli), nascoste negli
anni 1943-1944 dal Sovrintendente alle belle arti di Pesaro e Urbino, Pasquale
Rotondi, per evitare che fossero trafugate dai nazisti in fuga verso
la Germania.

 

  • Macerata Feltria, il borgo conteso

Da Sassocorvaro, volendo raggiungere Carpegna, meta finale
dell’itinerario, si va verso Macerata Feltria e si raggiunge in seguito

Pietrarubbia. Anche Macerata Feltria fu una delle località contese
nell’estenuante lotta fra Sigismondo Malatesta e Federico III da
Montefeltro.
Originariamente il borgo era fedele ai Malatesti, ma nel 1463
passò definitivamente sotto il dominio dei Montefeltro. Del passato restano
il Palazzo del Podestà (sec. XII) la Torre Civica, le porte e le mura del
centro storico (Castello), dello stesso secolo, la Chiesa di San Francesco
e la Chiesa di San Giuseppe del XIV secolo, il Palazzo Evangelisti, ora
Mazzoli, del XVI secolo.

 

  • L’impervia Pietrarubbia

Non si può lasciare la zona senza salire fino all’imprendibile
nido d’aquila che risponde al nome di Pietrarubbia. Il primo signore di
questa rupe, dalla pietra di colore rossastro e dalla quale si gode un paesaggio
mozzafiato, era un esponente guelfo dei conti di Montecopiolo da
cui si fanno discendere i Montefeltro. Anche questo castello, di evidente
posizione strategica, fu tra quelli perennemente contesi tra le due vicine
famiglie rivali.
Se verso la fine del XIV secolo Pietrarubbia era ancora un
avamposto malatestiano, sotto la signoria di Federico passò definitivamente
ai Montefeltro che la inserirono nel loro sistema difensivo. Di
pregevole interesse artistico sono la Chiesa di San Silvestro (1000) con
altare marmoreo e rosone dello scultore Arnaldo Pomodoro (nativo
di Morciano di Romagna, che di Pietrarubbia è cittadino onorario) e il
restaurato Palazzo cinquecentesco del Vicariato, ora trasformato in struttura
ricettiva.

  • Carpegna, terra d’antica nobiltà

Lasciata Pietrarubbia, non resta ora che dirigersi verso Carpegna.
Il paese è disteso ai piedi dell’omonimo Monte Carpegna (m 1415)
e delle rupi del Sasso Simone e Simoncello (m 1204 e 1221).
Terra di frontiera tra la Toscana e il Montefeltro, sull’ampia
spianata del Sasso Simone, sorgevano, sin dall’alto medioevo, un’abbazia benedettina e,

dal 1566, una poderosa fortezza eretta da Cosimo I de’
Medici. Nel paese l’attenzione è subito catturata dall’imponente palazzo
dei principi Carpegna-Falconieri (tra le più antiche famiglie nobili italiane
al cui ceppo si fanno risalire tanto i Malatesti che i Montefeltro),
che ancora oggi lo abitano. Fu edificato nel 1675 per volere del Cardinal
Gaspare Carpegna su progetto dell’architetto Giovanni Antonio de’
Rossi. Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato (come la Rocca
di Sassocorvaro) per il salvataggio di opere d’arte provenienti dalle principali
città italiane.
È curioso sapere che la Contea di Carpegna, feudo di concessione
imperiale, restò indipendente fino al 1819, quando fu incamerata
dallo Stato Pontificio. Nella chiesa dedicata a San Leo, costruita
nel 1203, si può ammirare la Vergine del latte, un’opera attribuita da Pasquale
Rotondi a Evangelista da Piandimeleto, primo maestro di
Raffaello.

Di ritorno verso Rimini: Coriano e Castelleale
Nella strada di ritorno verso Rimini, ormai a pochi chilometri
dalla Riviera, ci si immerge fra le belle colline di Coriano: campi, vigne,
oliveti si alternano sui declivi morbidi, animati da sparse abitazioni coloniche,
da chiesette, da salici e da pioppi piantati sulle rive di torrenti che
incidono profondamente il terreno.
Prima di arrivare in paese provenienti da Croce di Montecolombo,
una strada secondaria sprofonda sulla destra nella valletta del rio
di Mordano, fino al ponte Scaricalasino, e riemerge ripida fino a Castelleale
frazione di San Clemente: questa era la fattoria fortificata del vescovo
Leale Malatesta, che vi morì nel 1400. A ben guardare l’esterno
del piccolo agglomerato si scorgono mura e archi trecenteschi, antiche
finestre con stipiti in pietra, avanzi di una cinta e di una torre con porta a
sesto acuto; nel lato a monte esistono ancora consistenti resti della porta
carraia, affiancata da un’altra, più piccola, pedonale, entrambe di eleganti
forme ogivali. Sulla collina opposta, ma sempre nel territorio di San Clemente,
esiste un insediamento analogo a quello di Castelleale, e forse più

antico, Agello, piccolo borgo malatestiano con mura, un unico ingresso
dominato da un’alta torre ed un piccolo edificio sacro detto Oratorio.
A Coriano si trovano i resti di un castello con mura a scarpa
e cortine con beccatelli, e una porta con tracce ben visibili dell’antico
ponte levatoio, coronata dallo stemma in pietra dei Sassatelli di Imola
(che ebbero in feudo Coriano dal 1528 al 1580). L’accesso interno al recinto
fortificato, di forma poligonale, è più antico ed è costituito da un’arcaica
torre portaia alta e diritta, che conserva ancora qualche merlo. Il
castello è stato in buona parte restaurato di recente; al suo interno è stato
realizzato un Antiquarium che raccoglie reperti, oggetti e frammenti di
ceramica, ritrovati durante il restauro.
Non distante si ha la possibilità di far visita a San Clemente
dove in questi anni sono stati effettuati interessanti lavori di restauro e valorizzazione
del circuito del castello e del suo fossato. La cinta del paese
è ancora conservata in larghe parti come pure i due torrioni pentagonali.
La torre portaia mantiene ancora ben visibili gli scassi per l’alloggiamento
delle travi del ponte levatoio e sulle cortine limitrofe s’intravvedono le merlature
alla ghibellina che coronavano le mura ora inglobate in una sopraelevazione.
Il piccolo borgo scandisce il tempo su due quadranti, uno antico
in pietra (XVIII sec.) e l’altro recente in ceramica opera dell’artista riminese
Giò Urbinati, entrambi collocati in cima alla torre civica.

Rimini
Castel Sismondo

Santarcangelo di Romagna
Rocca Malatestiana

Torriana/Montebello
Rocca dei Guidi di Bagno

Verucchio
Rocca Malatestiana

San Leo
Fortezza

Petrella Guidi
Borgo e rovine del castello

Sant’Agata Feltria
Rocca Fregoso – Museo

Pennabilli
Torre di Molino di Bascio
Torre di Maciano

Gradara
Rocca Malatestiana

San Giovanni in Marignano
Centro storico

Saludecio
Borgo

Mondaino
Castello con Museo Paleontologico

Montegridolfo
Borgo

Montefiore Conca
Rocca Malatestiana

Montescudo
BorgoCastello di Albereto
Montecolombo
Borgo

Monte Cerignone
Rocca

Sassocorvaro
Rocca Ubaldinesca

Macerata Feltria
Borgo

Pietrarubbia
Castello

Carpegna
Palazzo dei principi Carpegna-Falconieri

Coriano
Fattoria fortificata di Castelleale

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